Condividi:
rapporto_eurispes_2026_salari_fermi_pensioni_sotto_pressione_educazione_finanziaria_bassa_funnifin

I numeri del più autorevole rapporto annuale sull’Italia letti con gli occhi di chi lavora: stipendi fermi, pensioni sotto pressione, smart working a due velocità e il ruolo crescente dell’educazione finanziaria


Ogni anno il Rapporto Italia di Eurispes offre la fotografia più documentata della condizione economica e sociale del Paese. L’edizione 2026, presentata a maggio, è particolarmente densa di dati rilevanti per chi lavora come dipendente e per chi gestisce risorse umane in azienda. Non è una lettura ottimista. Ma è una lettura onesta, con numeri precisi che aiutano a capire perché molte famiglie italiane si trovano in una condizione di fragilità strutturale che non dipende da scelte individuali sbagliate, ma da dinamiche sistemiche di lungo periodo.

In questo articolo selezioniamo i dati più rilevanti per i lavoratori dipendenti e per le aziende, organizzandoli attorno ai cinque temi che incidono più direttamente sul benessere finanziario di chi lavora: la situazione economica delle famiglie, la questione salariale, il sistema pensionistico, lo smart working e il rapporto degli italiani con l’educazione finanziaria.

La condizione economica delle famiglie italiane nel 2026: la normalizzazione del pessimismo

Il quadro che emerge dalla Scheda 1 del Rapporto non è quello di una crisi acuta, ma di qualcosa di più preoccupante: una fragilità strutturale diventata ordinaria. Il 57,3% dei cittadini percepisce un peggioramento dell’economia italiana nell’ultimo anno. Il dato è quasi identico al 2025: non si percepisce più un tracollo improvviso, ma un deterioramento costante e progressivo che si sta normalizzando nella percezione collettiva.

Le aspettative sul futuro sono ancora più preoccupanti: il 47,8% dei cittadini prevede un peggioramento nei prossimi dodici mesi, con un incremento di 11,1 punti percentuali rispetto al 2025. Solo l’8,6% si aspetta un miglioramento.

I dati sulla vita quotidiana delle famiglie sono altrettanto eloquenti. Solo 1 famiglia su 4 riesce a risparmiare (24,4%). Il restante 75,6% non mette nulla da parte. Il 62,1% arriva a fine mese con difficoltà, e circa 1 famiglia su 3 (33,1%) deve attingere ai risparmi accumulati in passato per arrivare alla fine del mese. Le voci di spesa che mettono più in difficoltà: affitto (45,6%), utenze (28,7%), mutuo (27,2%) e spese mediche (25,5%).

Un dato particolarmente significativo riguarda le rinunce alle cure mediche: il 34,6% degli italiani ha rinunciato a controlli medici periodici di prevenzione nel 2025, in aumento rispetto al 27,2% del 2024. La rinuncia alle cure odontoiatriche è salita dal 28,2% al 32,1%. Non è un segnale marginale: segnala che il benessere fisico viene sempre più compresso da necessità economiche immediate.

Il supporto nei momenti di difficoltà viene principalmente dalla famiglia d’origine (29,1%), da amici e colleghi (14,6%), e in alcuni casi da prestiti informali a privati (10,6%). Il 78,2% degli italiani si sente non adeguatamente sostenuto dalle Istituzioni in caso di difficoltà economica.

Per le aziende, questo quadro ha una implicazione diretta: i propri dipendenti lavorano in un contesto di pressione economica costante che impatta la concentrazione, la motivazione e la disponibilità emotiva.

Un programma strutturato di benessere finanziario aziendale non è più un extra: è una risposta concreta a un contesto documentato.

La questione salariale: trent’anni di stagnazione e un recupero fragile

La Scheda 3 del Rapporto offre la ricostruzione più aggiornata e documentata della anomalia salariale italiana. I dati OCSE sono impietosi: tra il 2001 e il 2023 i salari reali italiani hanno registrato una variazione del -3,3%. Nello stesso periodo, Francia ha guadagnato il +18,7%, Germania il +14,8%, Spagna il +4,9%. È la contrazione più profonda tra i principali paesi europei.

Il problema non è recente: si manifesta già prima della crisi del 2007, segnalando una fragilità strutturale preesistente del modello salariale italiano. Dal 2007 al 2023 il calo cumulato è stato del -6,7%.

Nel 2025 si intravede un segnale di parziale recupero: le retribuzioni crescono al 3,3% annuo con un’inflazione all’1,3%. Ma il recupero è percepito come fragile: le famiglie hanno aumentato il tasso di risparmio netto al 5,3% del reddito disponibile, segnalando che l’aumento nominale non si è tradotto in maggiori consumi. Il picco inflazionistico all’8,1% del 2022 non è mai stato pienamente recuperato dai contratti.

Il paradosso produttivo italiano è uno dei dati più sorprendenti del Rapporto: l’Italia registra 1.726 ore lavorate pro capite nel 2022, il valore più alto tra le economie considerate e significativamente superiore alle 1.347 della Germania e alle 1.501 della Francia. Eppure la produttività oraria è cresciuta solo dello 0,2% tra il 2002 e il 2024, contro il 21,1% della media UE. Il Paese lavora più ore producendo meno valore per ora lavorata: un problema sistemico che non dipende dall’impegno individuale dei lavoratori.

Le proiezioni OCSE per il PIL italiano confermano la traiettoria: 0,5% nel 2025, 0,6% nel 2026, 0,7% nel 2027, stabilmente sotto la media dell’Area Euro, trainati principalmente dalla spesa pubblica PNRR.

Il collegamento con il benessere dei dipendenti è diretto: in un contesto di stagnazione salariale strutturale, il valore reale del pacchetto retributivo dipende sempre di più dalla capacità di ottimizzare le componenti non monetarie (fringe benefit, detrazioni fiscali, previdenza complementare, strumenti di welfare aziendale. Non sono accessori: sono la differenza tra un potere d’acquisto fermo e uno che cresce.

Per approfondire come chiedere un aumento e cosa richiedere oltre al lordo, leggi il nostro articolo su come negoziare lo stipendio nel 2026.

Il sistema pensionistico: il conto che arriva a chi lavora oggi

La Scheda 4 del Rapporto analizza il sistema pensionistico italiano con una chiarezza insolita nel dibattito pubblico. Il messaggio centrale è questo: il sistema a ripartizione è sotto pressione per la convergenza simultanea di più dinamiche che si alimentano a vicenda, e le ipotesi su cui si basano le proiezioni ottimistiche della Ragioneria Generale dello Stato sono difficilmente sostenibili.

I dati di base: nel 2024 l’INPS ha erogato pensioni a 15,7 milioni di beneficiari (oltre il 26,5% della popolazione) per un importo complessivo di 364 miliardi di euro. Le nascite totali sono al minimo storico di 369.944 nel 2024, con una riduzione del 34% in vent’anni. Il lavoro irregolare riguarda oltre 3 milioni di lavoratori (ISTAT 2023), sottraendo risorse al sistema.

Le proiezioni RGS prefigurano un miglioramento a partire dal 2040, ma costruito su fondamenta fragili: crescita della produttività all’1,3% annuo (un tasso che l’Italia non ha mai sostenuto per un periodo comparabile), inversione della natalità, saldo migratorio netto di 165.000 persone all’anno.

La conseguenza pratica per un lavoratore che inizia oggi: chi ha iniziato a lavorare a 25 anni e ha accumulato 10 anni di versamenti potrebbe accedere alla pensione di vecchiaia a 70 anni con un tasso di sostituzione stimato del 67%; optando per il pensionamento anticipato, il tasso di sostituzione scende a circa il 57%. Per chi guadagna 2.500 euro netti oggi, significa una pensione tra 1.425 e 1.675 euro mensili: una riduzione significativa del tenore di vita.

L’Indice Global Pension Mercer posiziona il sistema pensionistico italiano al 37° posto su 52 economie e al terzultimo tra le economie europee.

Questi dati rendono ancora più urgente la costruzione della previdenza complementare per i lavoratori dipendenti. Non come scelta ottimale, ma come necessità strutturale. La riforma del 1° luglio 2026 che introduce l‘adesione automatica al fondo pensione per i nuovi assunti risponde esattamente a questa urgenza.

Per capire come funziona e come fare la scelta giusta tra TFR in azienda e fondo pensione, leggi il nostro articolo dedicato o scarica il nostro ebook sulla riforma pensionistica 2026.

La crisi del ceto medio: chi paga le tasse e chi non riesce più a tenere il passo

La Scheda 5 offre uno dei quadri più nitidi della crisi del ceto medio italiano. L’OCSE ha calcolato che il potere d’acquisto del ceto medio è sceso di circa il 7,5% dal 2021. Nel 2023 il reddito reale delle famiglie si è ridotto dell’1,6%, mentre il costo dei beni essenziali è aumentato oltre il tasso d’inflazione generale. La ricchezza netta delle famiglie è scesa del 5,5% nel decennio 2014-2024.

La definizione OCSE di ceto medio (tra il 75% e il 200% del reddito mediano) applicata ai dati italiani produce un range tra 1.877 e 5.006 euro netti mensili. Il reddito familiare mediano italiano è di 2.503 euro mensili: la maggior parte delle famiglie italiane si colloca nella parte bassa della fascia.

Il carico fiscale è concentrato su questa fascia: il 76,87% del gettito IRPEF è pagato da soli 11,6 milioni di contribuenti su 42,6 milioni di dichiaranti. Circa il 43% della popolazione non versa l’IRPEF. Questo produce una compressione della capacità di risparmio e di investimento proprio della fascia che dovrebbe rappresentare il motore della mobilità sociale.

La Legge di Bilancio 2026 ha risposto con il taglio dell’aliquota sul secondo scaglione dal 35% al 33% per i redditi tra 28.000 e 50.000 euro lordi, coinvolgendo oltre 13 milioni di contribuenti con un risparmio massimo di 440 euro annui. Un segnale positivo, ma insufficiente a invertire una tendenza trentennale. Un segnale positivo, ma insufficiente a invertire una tendenza trentennale.

Smart working in Italia: 3,5 milioni di lavoratori, ma con un divario strutturale Nord-Sud

I dati del Rapporto sullo smart working tra la Scheda 7 (analisi strutturale) e la Scheda 8 (sondaggio) offrono la fotografia più completa disponibile sul lavoro da remoto in Italia nel 2025-2026.

I numeri di base: nel 2025 gli smart worker in Italia sono 3,575 milioni, ben al di sotto delle proiezioni post-pandemia di 5,35 milioni. Nel sondaggio Eurispes 2026, il 31,3% dei lavoratori intervistati fa smart working: il 5,7% sempre, l’8,7% per la maggior parte del tempo, il 16,9% per la minoranza del tempo.

La polarizzazione è strutturale: nelle grandi imprese lo smart working coinvolge il 53% del personale (1,945 milioni di lavoratori), mentre nelle PMI i lavoratori da remoto calano del 7,7% nel 2025 e nelle microimprese del 4,8%. Il modello prevalente è quello ibrido strutturato, con alternanza presenza-remoto. Il full remote rimane residuale.

Il divario geografico: al Centro il 40,6% dei lavoratori fa smart working, al Nord-Ovest il 31,3%, al Nord-Est il 30,3%, nelle Isole il 29,4%, al Sud il 24,8%. Il confronto europeo è impietoso: l’Italia si ferma al 5,9% di chi lavora almeno metà dei giorni in remoto, contro una media UE del 9,1%. Finlandia (22,2%), Irlanda (21,8%) e Svezia (15,3%) guidano la classifica.

La preferenza dei lavoratori è netta: l’87,1% degli smart workers vorrebbe continuare a lavorare da casa: il 62,7% in modalità ibrida, il 24,4% sempre. Se l’azienda eliminasse lo smart working, il 13,9% lascerebbe il lavoro o cercherebbe un posto con possibilità di remoto (quasi un quinto tra i più giovani). Complessivamente, le reazioni negative o molto negative rappresentano il 59,9%.

Le motivazioni della soddisfazione: *gestione degli impegni familiari (82,7%)*, qualità della vita (80,8%), organizzazione del lavoro (78,1%), risparmio su trasporti e pasti (23,6%)**.

Per le aziende, questi dati hanno due implicazioni dirette: lo smart working è un componente di retention e welfare che non si può più ignorare, e la sua gestione strutturata (con policy chiare, obiettivi e modalità ibride ben definite) è la prassi attesa, non l’eccezione. Per tutti i dettagli normativi e gli adempimenti aggiornati, leggi il nostro articolo sullo smart working 2026.

I finfluencer e l’educazione finanziaria: 36% degli italiani si informa sui social

La Scheda 17 del Rapporto analizza il fenomeno dei finfluencer, creatori di contenuti finanziari sui social, con dati che restituiscono uno scenario preoccupante sul livello di alfabetizzazione finanziaria nel Paese.

Il punto di partenza è la situazione attuale: l’alfabetizzazione finanziaria degli italiani è tra le più basse d’Europa. L’autovalutazione delle proprie conoscenze finanziarie si attesta a 5,17 su 10 e solo il 44,5% dei decisori economici risponde correttamente ai tre quesiti base su inflazione, tasso di interesse e diversificazione del rischio (Rapporto Edufin 2023).

In questo vuoto si inserisce il fenomeno dei finfluencer: il 36% degli investitori italiani dichiara di usare i social media per informarsi su economia, finanza e investimenti (Consob 2024). Nel 2023 sono stati pubblicati sulle principali piattaforme oltre 946.000 contenuti a tema economia e finanza, di cui circa 8.750 sponsorizzati. La distribuzione: Instagram 41%, Facebook 26%, X 20%, YouTube 7%, TikTok 6%.

Il dato più preoccupante riguarda i giovani: tra i 18-25 anni la quota di chi si dice influenzato dai finfluencer nelle decisioni finanziarie è cresciuta dal 17% (2022) al 25% (2024). Le categorie più esposte sono anche quelle con i livelli più bassi di competenza finanziaria effettiva.

I rischi documentati sono reali: raccomandazioni da parte di soggetti non autorizzati, promozione di strumenti complessi e ad alto rischio, schemi fraudolenti, conflitti di interesse non dichiarati. Il 40,1% dei contenuti finanziari analizzati risulta “non pienamente conforme” agli obblighi di riconoscibilità della pubblicità (Monitoraggio IAP-ALMED, 2024).

La risposta istituzionale c’è: ESMA e Consob hanno pubblicato linee guida nel 2025 per i finfluencer. Ma il problema strutturale rimane: in assenza di educazione finanziaria di base, i cittadini rimangono vulnerabili a informazioni di qualità incerta.

Il 64,6% degli italiani è favorevole all’introduzione dell’educazione finanziaria nelle scuole (Rapporto Eurispes 2024). Il dato conferma una consapevolezza diffusa del problema, anche se ancora senza risposta strutturale nel sistema scolastico.

Questo contesto rafforza il valore di un programma di educazione finanziaria rivolto ai dipendenti: non come benefit opzionale, ma come risposta concreta a un deficit documentato che si traduce in decisioni finanziarie meno consapevoli, più stress economico e minore benessere percepito. Per capire cos’è l’educazione finanziaria e come portarla in azienda, leggi il nostro articolo di approfondimento sull’educazione finanziaria in Italia.

Cosa significa tutto questo per un lavoratore dipendente e per le aziende

I dati del Rapporto Eurispes 2026 convergono su un quadro coerente. I lavoratori dipendenti italiani operano in un contesto di stagnazione salariale strutturale, pressione fiscale concentrata sulla fascia medio-reddito, un sistema pensionistico che promette assegni significativamente inferiori all’ultimo stipendio, e un livello di alfabetizzazione finanziaria insufficiente per navigare autonomamente queste complessità.

Non è una situazione che si risolve con la forza di volontà individuale. Si risolve con strutture di supporto: welfare aziendale ben comunicato, strumenti di previdenza complementare attivati per tempo, accesso a informazioni finanziarie affidabili e comprensibili, e un’azienda che si prende cura del benessere economico dei propri dipendenti non solo con il cedolino ma con un ecosistema di servizi concreti.

Per approfondire come costruire questo ecosistema e quali strumenti hanno il maggiore impatto, leggi il nostro articolo su produttività e benessere aziendale: i 10 dati da portare in board.


FAQ

Cosa dice il Rapporto Eurispes 2026 sulla situazione economica delle famiglie italiane? Il Rapporto documenta una condizione di fragilità strutturale diventata ordinaria: il 57,3% dei cittadini percepisce un peggioramento dell’economia, solo il 24,4% delle famiglie riesce a risparmiare e il 62,1% arriva a fine mese con difficoltà. Le aspettative sul futuro sono peggiorate di 11 punti percentuali rispetto al 2025.

Quanto sono cresciuti i salari italiani rispetto agli altri paesi europei? Tra il 2001 e il 2023 i salari reali italiani hanno registrato una variazione del -3,3%. Nello stesso periodo Francia ha guadagnato il +18,7%, Germania il +14,8%, Spagna il +4,9%. L’Italia ha la performance peggiore tra le principali economie europee, con un paradosso documentato: lavorando 1.726 ore pro capite annue (il valore più alto tra le economie considerate), la produttività oraria è cresciuta solo dello 0,2% in vent’anni.

A che età andrò in pensione e con quanto secondo le proiezioni 2026? Secondo le stime del Rapporto, un lavoratore che ha iniziato a lavorare a 25 anni con 10 anni di versamenti accumulati potrebbe accedere alla pensione di vecchiaia a 70 anni con un tasso di sostituzione del 67% (circa il 57% se opta per il pensionamento anticipato). Il sistema pensionistico italiano è al 37° posto su 52 economie nell’Indice Global Pension Mercer.

Quanti lavoratori italiani fanno smart working nel 2026? Secondo il sondaggio Eurispes 2026, il 31,3% dei lavoratori fa smart working. I dati strutturali dell’Osservatorio del Politecnico di Milano contano 3,575 milioni di smart worker nel 2025. Il 87,1% di chi lavora da remoto vorrebbe continuare, e il 13,9% lascerebbe il lavoro se non potesse più farlo. Il divario geografico è strutturale: al Centro il 40,6% dei lavoratori è in remoto, al Sud solo il 24,8%.

Qual è il livello di alfabetizzazione finanziaria in Italia secondo Eurispes 2026? Tra i più bassi d’Europa. L’autovalutazione delle conoscenze finanziarie si attesta a 5,17 su 10 e solo il 44,5% dei decisori economici risponde correttamente ai tre quesiti base su inflazione, tasso di interesse e diversificazione del rischio. Il 36% degli investitori italiani si informa su economia e finanza attraverso i social media, con rischi documentati sulla qualità delle informazioni ricevute.

Cosa significa la crisi del ceto medio per i lavoratori dipendenti? Il potere d’acquisto del ceto medio è sceso del 7,5% dal 2021 (OCSE). Il 76,87% del gettito IRPEF grava su soli 11,6 milioni di contribuenti: il ceto medio paga oltre tre quarti delle imposte sul reddito del Paese. La Legge di Bilancio 2026 ha ridotto l’aliquota IRPEF dal 35% al 33% sul secondo scaglione (28.000-50.000 euro), con un risparmio massimo di 440 euro annui per i circa 13 milioni di contribuenti coinvolti.


Fonte: Eurispes, Rapporto Italia 2026 — Sintesi. Tutte le percentuali e i dati citati in questo articolo sono tratti direttamente dal testo del Rapporto. Per i dati OCSE, INPS, ISTAT, Consob, Mercer, Oxfam e altre fonti citate nel Rapporto, si rimanda alle note originali del documento.