
Franchigie, aliquote, doppia franchigia 2026, autoliquidazione e gli errori più comuni: la guida che vorresti aver letto prima
La maggior parte delle persone affronta il tema della successione in due momenti: quando è troppo presto per pensarci, e quando è troppo tardi per pianificare. Nel mezzo, ci sono anni in cui basterebbe sapere alcune cose semplici per evitare imposte inattese, conti bloccati, errori nella dichiarazione e conflitti familiari che si potevano prevenire.
Questa guida non sostituisce un notaio o un commercialista per i casi complessi, ma rientra nel percorso di educazione finanziaria che ogni famiglia dovrebbe affrontare per tempo. Copre quello che serve sapere per orientarsi: quanto si paga davvero, quali errori commettono quasi tutti, cosa è cambiato nel 2026, e quali strumenti esistono per pianificare in anticipo. Perché per preoccuparsi della successione non si deve avere un patrimonio enorme, anzi.
Quanto si paga davvero: aliquote e franchigie
Il primo equivoco da sfatare: la maggior parte degli italiani non paga nulla di imposta di successione. Non perché la legge sia clemente in generale, ma perché le franchigie (le soglie sotto le quali non si paga nulla) sono alte per i parenti più stretti.
Coniuge, figli e genitori: aliquota del 4%, calcolata solo sulla parte che supera €1.000.000 per ciascun erede. Se un genitore lascia 800.000 euro a un figlio, l’imposta di successione è zero. Se ne lascia 1,5 milioni, l’imposta si calcola solo sui 500.000 euro eccedenti: 20.000 euro.
Fratelli e sorelle: aliquota del 6%, franchigia di €100.000 ciascuno. Sull’eccedenza si applica il 6%.
Altri parenti fino al quarto grado (zii, nipoti in linea collaterale, cugini): aliquota del 6%, ma senza alcuna franchigia. Si paga dal primo euro.
Persone senza legami di parentela (amici, conviventi non sposati, associazioni): aliquota dell’8%, sempre senza franchigia.
Persone con disabilità grave (L. 104/1992): franchigia maggiorata a €1.500.000, indipendentemente dal grado di parentela con il defunto.
La franchigia è individuale: se eredita la moglie e due figli, la franchigia totale della famiglia è di 3 milioni di euro (1 milione ciascuno), non un milione da dividere.
La novità 2026: la doppia franchigia
Fino al 2025, donazioni e successione si sommavano ai fini del calcolo della franchigia. Se un genitore donava 700.000 euro a un figlio in vita e poi gli lasciava altri 600.000 euro in eredità, i due importi si sommavano (1,3 milioni) e l’eccedenza rispetto al milione veniva tassata.
Dal 1° gennaio 2026, con l’entrata in vigore del nuovo Testo Unico (D.Lgs. 123/2025), questo meccanismo cambia radicalmente: donazioni e successione vengono valutate separatamente, con franchigie distinte e indipendenti. Per coniuge e figli, questo significa:
Franchigia donativa: €1.000.000 per le donazioni ricevute in vita.
Franchigia successoria: €1.000.000 per l’eredità.
In totale, fino a €2.000.000 possono passare da genitore a figlio (o tra coniugi) senza alcuna imposta, distribuiti tra donazioni e successione. È un cambiamento significativo per chi pianifica il passaggio generazionale del patrimonio: donare in vita non “consuma” più la franchigia successoria.
Attenzione a una sottigliezza che spesso genera confusione. Il coacervo donativo (la somma delle sole donazioni ricevute nel tempo dagli stessi soggetti) continua a esistere, ma conta solo tra donazioni stesse, non più con l’eredità. Se un genitore ha donato 400.000 euro nel 2020 e altri 300.000 euro nel 2023 allo stesso figlio, queste due donazioni si sommano tra loro (700.000 euro) per verificare il superamento della franchigia donativa di un milione. Ma non si sommano più con quello che lo stesso figlio riceverà in eredità.
L’autoliquidazione: cosa cambia nella pratica
Fino a poco tempo fa, l’erede presentava la dichiarazione di successione e aspettava che l’Agenzia delle Entrate calcolasse l’imposta dovuta e inviasse l’avviso di pagamento. Dal 2025, in vigore strutturalmente nel 2026, il sistema è cambiato: l’imposta si autoliquida.
In pratica: compilando il quadro EF della dichiarazione telematica, è l’erede stesso (o il professionista che lo assiste) a calcolare l’importo dovuto, applicando le franchigie e le aliquote corrette. Il sistema telematico dell’Agenzia delle Entrate effettua un controllo, ma il calcolo iniziale è a carico del contribuente.
Le scadenze da ricordare:
12 mesi dal decesso: termine per presentare la dichiarazione di successione, esclusivamente in modalità telematica.
90 giorni dal termine di presentazione: termine per versare l’imposta autoliquidata tramite modello F24. È possibile richiedere la rateizzazione per importi superiori a 1.000 euro, fino a 4 rate trimestrali.
Il mancato rispetto di questi termini comporta sanzioni e interessi di mora, e tutti gli eredi sono solidalmente responsabili: se uno non paga la propria quota, l’Agenzia delle Entrate può rivalersi sugli altri.
Quali beni non entrano nel calcolo dell’imposta
Pochi sanno che alcuni beni sono completamente esclusi dalla base imponibile dell’imposta di successione, indipendentemente dal loro valore.
Le polizze vita. Le polizze assicurative sulla vita non rientrano nell’asse ereditario e non sono soggette a imposta di successione. È uno degli strumenti più usati nella pianificazione patrimoniale proprio per questo motivo: permettono di trasferire capitale ai beneficiari designati senza alcuna imposizione, e con un meccanismo che bypassa anche la successione legittima (il capitale va direttamente al beneficiario indicato nella polizza, non rientra nell’asse da dividere tra gli eredi).
I titoli di Stato. BOT, BTP e altri titoli pubblici italiani non concorrono alla formazione della base imponibile dell’imposta di successione. Chi ha un patrimonio importante in titoli di Stato ha quindi un doppio vantaggio: la tassazione agevolata al 12,5% sui rendimenti durante la vita, e l’esenzione totale dall’imposta di successione alla morte. Per approfondire come funzionano questi strumenti, leggi il nostro articolo su BTP e obbligazioni.
Le aziende di famiglia. Il trasferimento di aziende, rami d’azienda e partecipazioni di controllo a favore di discendenti o coniuge beneficia di esenzione completa dall’imposta di successione, senza alcuna soglia di valore. Le condizioni: i beneficiari devono proseguire l’attività per almeno cinque anni, devono essere figli o coniuge del defunto, e per le partecipazioni devono mantenere il controllo della società. L’esenzione non è automatica: va dimostrata, e l’Agenzia delle Entrate verifica rigorosamente il rispetto delle condizioni.
Cosa succede al conto corrente dopo la morte del titolare
Uno degli aspetti meno conosciuti e più fonte di ansia per le famiglie riguarda cosa succede materialmente ai conti bancari.
Il conto si blocca, ma non subito e non sempre del tutto. Alla comunicazione del decesso, la banca blocca le operazioni di prelievo sul conto del defunto. Se il conto era cointestato con clausola di disgiunzione (firma singola), il co-titolare può continuare a operare normalmente sulla propria quota, anche se è prudente informare la banca della situazione.
Per accedere ai fondi, serve la dichiarazione di successione. Gli eredi devono presentare la documentazione necessaria (dichiarazione di successione, atto notorio o dichiarazione sostitutiva, certificato di morte) per ottenere lo sblocco delle somme, normalmente ripartite secondo le quote ereditarie.
Le spese funebri si possono dedurre. Le spese funebri sostenute, fino a un massimo di €1.032,91, sono deducibili dall’attivo ereditario, riducendo proporzionalmente la base imponibile dell’imposta di successione.
Il convivente non sposato: la situazione più fraintesa
Una delle aree dove l’equivoco è più diffuso e più costoso riguarda le coppie non sposate.
Il convivente more uxorio, chi vive stabilmente con il defunto senza essere sposato né unito civilmente, non è equiparato al coniuge ai fini dell’imposta di successione. Anche se la convivenza dura da decenni e c’è un legame economico profondo, dal punto di vista fiscale il convivente è trattato come un estraneo: aliquota dell’8%, senza alcuna franchigia.
La differenza con una coppia sposata è enorme: un coniuge eredita fino a un milione di euro senza pagare nulla; un convivente non sposato paga l’8% fin dal primo euro. Su un’eredità di 300.000 euro, la differenza tra “zero” e “24.000 euro” dipende interamente dall’esistenza di un atto di matrimonio.
Per le unioni civili la situazione è diversa. Ai sensi della Legge Cirinnà (L. 76/2016), il partner di un’unione civile è equiparato al coniuge anche ai fini della successione: stessa franchigia di un milione di euro, stessa aliquota del 4%.
Cosa può fare chi è convivente non sposato per proteggere il partner. Le polizze vita (escluse dall’asse ereditario, come visto sopra), il testamento (per assegnare al convivente la quota disponibile non riservata ai legittimari), e la pianificazione tramite intestazioni specifiche di beni durante la vita sono gli strumenti più usati. Senza pianificazione, il convivente non ha automaticamente alcun diritto successorio se non c’è testamento.
Gli errori più comuni che costano caro
Non sapere che esistono i legittimari. Il testamento non è assoluto: la legge italiana riserva una quota del patrimonio (la “quota di legittima”) a coniuge, figli e, in assenza di figli, ai genitori. Un testamento che lascia tutto a un terzo escludendo completamente i legittimari può essere impugnato e parzialmente annullato.
Dimenticare la dichiarazione di successione perché “non c’è nulla da dichiarare”. L’obbligo di presentare la dichiarazione non scatta solo se l’eredità vale meno di €100.000, non comprende immobili e gli eredi sono esclusivamente coniuge o parenti in linea retta. In tutti gli altri casi, la dichiarazione è obbligatoria anche se l’imposta dovuta sarà zero per via della franchigia.
Sottovalutare le imposte su immobili. Anche quando l’imposta di successione è zero (sotto la franchigia), restano da pagare l’imposta ipotecaria (2%) e l’imposta catastale (1%) sul valore catastale dell’immobile. Se l’erede ha i requisiti di prima casa, queste si riducono a €200 ciascuna (€400 totali), un’agevolazione che si estende automaticamente a tutti i coeredi su quello specifico immobile, ma che molti non sanno di poter richiedere.
Non considerare il valore catastale, non quello di mercato. Per gli immobili, l’imposta di successione si calcola sul valore catastale (rendita catastale × 1,05 × moltiplicatore di categoria), che è quasi sempre molto inferiore al valore di mercato. Un appartamento che vale 400.000 euro sul mercato può avere un valore catastale ai fini successori di 150.000-180.000 euro.
Aspettare troppo per pianificare donazioni. Con la nuova doppia franchigia 2026, pianificare donazioni in vita (entro il milione di euro) non riduce più la franchigia successoria. Aspettare fino alla fine per “non disperdere” la franchigia non ha più lo stesso senso strategico di prima della riforma. Anzi, donare per tempo permette di sfruttare entrambe le franchigie.
Come pianificare in anticipo
La pianificazione successoria non è solo per i grandi patrimoni. Anche famiglie con un appartamento e qualche risparmio possono trarre beneficio da scelte fatte con anticipo.
Verificare la composizione del proprio patrimonio. Sapere quanto vale realmente quello che si possiede (a valore catastale per gli immobili, non di mercato) permette di stimare in anticipo se si supererà la franchigia e di quanto. Per chi sta costruendo un patrimonio da investimento, anche le scelte su come distribuire gli investimenti tra PAC e PIC hanno un impatto sulla composizione finale dell’eredità.
Considerare le polizze vita per importi specifici. Se l’obiettivo è garantire una somma certa a un beneficiario specifico senza che rientri nella divisione ereditaria né nella base imponibile, la polizza vita è uno strumento efficiente e accessibile, non riservato ai grandi patrimoni.
Valutare donazioni in vita per chi ha già superato o si avvicina alla franchigia. Con la doppia franchigia 2026, donare in vita fino a un milione di euro per beneficiario non intacca più la franchigia successoria. Per patrimoni vicini o superiori ai due milioni complessivi, è una leva di pianificazione concreta.
Redigere un testamento se la situazione familiare è complessa. Famiglie ricomposte, conviventi non sposati, situazioni con eredi minorenni o con esigenze particolari beneficiano enormemente di un testamento redatto con l’assistenza di un notaio, che riduce il rischio di conflitti e di impugnazioni.
Non aspettare la “fase critica” per parlarne in famiglia. Molti dei conflitti più dolorosi nelle successioni nascono non dall’imposta, ma dalla mancanza di chiarezza sulle intenzioni del defunto, comunicata troppo tardi o non comunicata affatto.
FAQ
Quanto posso ereditare senza pagare tasse di successione?
Per coniuge, figli e genitori, fino a €1.000.000 ciascuno senza pagare nulla. Sopra questa soglia si paga il 4% sulla parte eccedente. Per fratelli e sorelle la franchigia è di €100.000 ciascuno con aliquota del 6%. Altri parenti e non parenti non hanno franchigia.
Cos’è la doppia franchigia introdotta nel 2026?
Dal 1° gennaio 2026, donazioni e successione vengono valutate separatamente, ciascuna con la propria franchigia di un milione di euro per coniuge e figli. Significa che si può ricevere fino a 2 milioni di euro complessivi (1 milione in donazioni durante la vita, 1 milione in eredità) senza pagare alcuna imposta, mentre prima i due importi si sommavano consumando un’unica franchigia condivisa.
Le polizze vita pagano l’imposta di successione?
No. Le polizze vita non rientrano nell’asse ereditario e non sono soggette all’imposta di successione, indipendentemente dal loro importo. Sono uno degli strumenti più usati nella pianificazione successoria proprio per questo motivo.
Il convivente non sposato eredita e quanto paga?
Il convivente non sposato eredita solo se previsto da un testamento: senza testamento non ha alcun diritto successorio automatico. Se eredita, paga l’imposta di successione con l’aliquota più alta (8%) e senza alcuna franchigia, come un estraneo. Le unioni civili, diversamente, sono equiparate al coniuge.
Quando devo presentare la dichiarazione di successione?
Entro 12 mesi dalla data del decesso, in modalità esclusivamente telematica tramite l’Agenzia delle Entrate. Non è obbligatoria solo se l’eredità vale meno di €100.000, non comprende immobili, e gli eredi sono unicamente coniuge o parenti in linea retta.
Come si calcola l’imposta di successione su un immobile?
Si usa il valore catastale, non il valore di mercato. Si moltiplica la rendita catastale per il coefficiente 1,05 e poi per il moltiplicatore di categoria (110 per le abitazioni). Su questo valore si applica l’imposta di successione (se sopra franchigia) più l’imposta ipotecaria (2%) e catastale (1%), riducibili a 200 euro ciascuna con i requisiti di prima casa.
Fonti: Agenzia delle Entrate — Imposta di successione: aliquote e franchigie; D.Lgs. 31 ottobre 1990, n. 346 — Testo Unico Successioni e Donazioni; D.Lgs. 139/2024 — riforma imposte indirette; Testo Unico D.Lgs. 123/2025 — successioni e donazioni; Legge 76/2016 “Cirinnà” — unioni civili; art. 3 co. 4-ter D.Lgs. 346/1990 — esenzione aziende di famiglia.